• Arianna Galli

Alla ricerca delle proprie radici

Updated: Jan 19

un racconto di Arianna Galli


Sta immobile.

Il volto imperlato di sudore.

Le mani doloranti stringono la superfice ruvida dell’albero.


“È l’ultimo ramo”

dice tra sé e sé, con un filo di voce.


Marco è a un passo dal concludere il suo viaggio, il viaggio che era iniziato in una notte stellata…

… sì, si ricorda benissimo di quella notte.

Era lassù, all’ultimo ramo dell’albero, il luogo in cui aveva da sempre abitato, e, all’improvviso, alzò lo sguardo e vide una sconfinata distesa di nerezza e provò paura. Neanche le stelle lo potevano calmare: gli sembravano frecce infuocate. Guardò in basso e sentì per la prima volta nella sua vita la vertigine. Cos’era di fronte a quel vuoto? Nulla. Eppure, doveva essere qualcosa la sua vita, doveva pur aver un senso: allora sentì un disperato bisogno di capire chi fosse e decise di mettersi in cammino, alla ricerca delle sue radici.


Ora emette un respiro, profondo.

Vorrebbe sentire una voce, ma può soltanto ascoltare il canto sottile del vento. Non c’era più il brusio che risuonava sul primo ramo abitato che raggiunse nel suo viaggio.

Lì incontrò una folla di uomini completamente sordi, che però continuavano a parlare. Nessuno capiva e tutti volevano essere capiti.


“Scusi, lei, vorrei un caffè macchiato caldo” diceva un signore in giacca e cravatta a quello che lui credeva un barista, che continuava a dire “Accorrete, accorrete, vendiamo ottime torte”. Nonostante ciò, una signora snob gli chiedeva dell’ultima borsa dello stilista francese il cui nome ora non saprei pronunciare e un bambino piangeva nel passeggino, ma la madre non sarebbe accorsa ad allattarlo.


“Ahi!”.

Marco si guarda la mano e vede una scheggia di legno penetrare la sua carne, una scheggia dipinta, ricoperta di pittura lilla.

Tutta colpa del pittore matto!

Gli ritornano subito in mente i suoi occhi inquieti che guardavano da una parte e dall’altra, senza mai darsi tregua.

“Cosa dipingi?” gli chiese. E quello gli indicò un uovo, mentre nella sua tela regnava un uccello in volo. “Ah, ah, ah. Tu sei uno di quelli che non sa vedere!” replicò al suo guardo stupito: e gli mostrò i suoi altri quadri, con uomini che sembravano pioggia, omuncoli che squarciavano le sue stesse tele, occhi che erano un cielo e amanti che si baciavano senza sfiorarsi. Infine, prese il suo pennello e gli dipinse la mano, come per donargli un po’ della sua lucida follia.


Fu poco dopo che incontrò Silvia. Piombò nella sua vita all’improvviso: cadde da un ramo più in alto ed Marco la prese al volo, tra le braccia il suo corpo esile, avvolto in una tunica semitrasparente, bianca, di seta. Il suo viso era una tempesta di capelli neri e due occhi azzurri, misteriosi, penetranti, da mozzare il fiato. Il ricordo di lei è soffuso: come da dietro un velo di nebbia la vede baciarlo nuda, le sue labbra bagnate di luce crepuscolare. Ma, come arrivò in un istante, in un istante svanì, in una notte di luna rossa.

Poi c’era sua madre, l’ultima persona che incontrò nel suo cammino Era una mano rugosa e un paio di occhiaie, un sorriso sereno, amaro e i capelli bianchi. Gli si era avvicinata ed aveva bisbigliato all’orecchio il suo nome. Poi, anche lei se ne andò.


“È l’ultimo, è l’ultimo” sibila a se stesso.


Gli tremano le mani e i piedi.

Non vuole toccare terra, come se le radici che cerca non esistessero, come se tutto fosse stato vano e all’ultimo passo di quel viaggio sarebbe sprofondato in un abisso di oblio.


“Vieni” È la voce cristallina di un bambino. , che lo invita a seguirlo su un cammino fatto di radici, che affiorano dal terreno, come serpenti che emergono dalla terra. Marco si mette a correre con il bambino, ridendo felice, e più corre più gli sembra di volare.


“Qual è il tuo nome, piccolo principe?”


Solo allora si accorge che quel bambino sorridente è muto e porta al collo una collana di corallo rosso e ferite alle mani e ai piedi.


Stringe la sua grande mano attorno alla sua, minuscola e calda, e il bimbo lo conduce avanti, ancora avanti. Le radici portano fino al mare e, mentre osserva l’andirivieni delle onde, gli vengono in mente le iridi di Silvia, turchine come marea, e le sue pupille adombrate, come spiagge di cenere, e gli sembra di poter ancora percorrerle.


Lui e il bambino si siedono e vedono il sole morire davanti ai loro occhi, spargere il suo sangue per il cielo e il mare. Cala la notte e il bambino gli indica le stelle che a poco a poco appaiono nel firmamento. Ora non ha più paura delle tenebre.


“Forse la notte non è che una sfera bucherellata che nasconde la luce” pensa e il bambino lo spia, ascoltando i suoi pensieri. Intanto, stanno stretti l’uno all’altro, mentre una brezza fredda, pungente li accarezza e porta loro l’odore del sale.


Era tutto quel viaggio le sue radici, frantumate in infinite tessere di mosaico?


Le immagini della madre, di Silvia, del pittore, degli uomini insensati gli passano davanti agli occhi in un’armonia perfetta, riempiendo quel vuoto che prima sentiva dentro di sé.

Si alza e inizia a cantare, a danzare come un folle, squarciando la quiete della notte. Cosa gli importa se gli altri uomini lo vedono dalle cime di quegli alberi, ormai, ormai che ha trovato le sue radici?




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